mercoledì 7 marzo 2012

Identità e identitarismo - Francesco Remotti


Che cosa di più semplice che definire l’identità? È sufficiente una formuletta, chiara, nitida, elementare e indubitabile: A = A. Una qualsiasi cosa è infatti se stessa, non può che essere se stessa, identica a se stessa e a nessun’altra. Una qualsiasi cosa intrattiene con altre cose diverse relazioni; ma solo con se stessa intrattiene una relazione di identità. A = A è il massimo della certezza.


I filosofi e i logici che hanno riflettuto su questo principio si sono resi conto però che il massimo della certezza ha un suo prezzo (come tutte le cose, del resto): in questo caso, il massimo della vacuità. Una volta detto che A = A, che il sole è il sole, o che un melone è un melone, che io sono io o che noi siamo noi, che cosa sappiamo del sole, del melone, del nostro io o del nostro noi? Assolutamente nulla. Se voglio sapere che cos’è il sole, se voglio sapere chi sono io, mi si aprono diverse possibilità, tutte strade non uniche e lineari, ma con ramificazioni, scelte, deviazioni, punti di vista. Se mi faccio la domanda “chi sono io?”, quale strada percorrerò per rispondere in maniera soddisfacente? Potrei tirare fuori la mia carta di identità, dove trovo il nome, il cognome, la data di nascita, l’indirizzo di casa, lo stato civile, la professione, qualche eventuale segno caratteristico, oltre che ovviamente una foto che mi ritrae in un determinato periodo della mia esistenza. È sufficiente questo grappolo di informazioni per dire chi sono, per esibire il mio essere, la mia identità? Oppure devo ripiegare su un piano morale e cercare di capire – prima ancora di dire – se la mia identità è fatta di coraggio o di pavidità, di intelligenza o di stoltezza, di tenacia o di volubilità?


Aveva ragione Blaise Pascal, quando in pieno Seicento affermava che l’io è come una città: forse da lontano e in astratto la puoi intendere come un tutt’uno, un’unità (Roma è Roma e Milano è Milano), ma se ti avvicini e ti addentri nella città per sapere come è fatta, ciò che si impone è la molteplicità indefinita e incontrollabile di elementi, aspetti, dimensioni che la compongono. Non solo, ma l’io – forse più ancora di una città – muta di continuo, a tal punto che diventa difficile, anzi impossibile, dire che cosa davvero rimane inalterato nel tempo. E se anche qualcosa rimanesse inalterato nel tempo (il nome per esempio), siamo legittimati a dire che in esso consiste l’identità dell’io? Beninteso, noi abbiamo bisogno di certificare che l’individuo X, il quale oggi si aggira in un parco cittadino, è davvero lo stesso individuo che ieri ha ucciso una signora a cui voleva trafugare la borsetta: abbiamo bisogno di stabilire questa continuità per poter amministrare la giustizia. Un’identità siffatta è però una convenzione e in qualche modo un’astrazione, necessarie e indispensabili per poter fare valere nel nostro ordinamento un principio di responsabilità individuale: quanti altri elementi di variazione (non di identità) vengono sacrificati perché giustizia sia fatta? Anche l’assassino vive in un fiume che attraversa il suo corpo e la sua psiche, un fiume contro cui si combatte per non lasciarsi del tutto travolgere e per non disperdersi in un pulviscolo di eventi. Il diritto è una delle istanze più interessate a far sì che l’identità dell’io sia garantita in maniera indubitabile al di là del fiume cangiante degli eventi e delle trasformazioni.


Anche sotto il profilo psicologico, è facile constatare che tutti gli io avvertono il bisogno di un po’ di permanenza, di stabilità, di coerenza: tutti gli individui consistono – a ben vedere – nei loro sforzi di coerentizzazione, nei loro tentativi di stabilizzazione. Sarebbe tuttavia un grave errore scambiare questi sforzi e questi tentativi, la cui realizzazione è sempre parziale, con l’idea di un’identità permanente. Tra l’io che in questo momento scrive e l’individuo che molti decenni prima studiava sui banchi di scuola o giocava in un paese dell’Italia settentrionale, si può davvero dire che c’è un rapporto di identità, o non piuttosto di somiglianza (poca o tanta somiglianza: in ogni caso una qualche somiglianza)? Ma anche in un momento dato, questo io che scrive non è forse un insieme di eventi, di processi, di aspetti, ovvero non un’unità, un’identità, bensì una molteplicità più o meno integrata? Anche l’io attuale, considerato nella sua dimensione sincronica, non è forse un io simile, non identico, essendo la sua somiglianza il prodotto, sempre parziale, degli sforzi o dei progetti di coerentizzazione?


A ben vedere, è il concetto di somiglianza ciò che ci consente di uscire dalle secche e dalle illusioni dell’identità, perché la somiglianza contiene in sé due componenti che si intrecciano e mai si annullano: una relativa permanenza e una relativa diversità.

Se l’io è simile, non identico, a se stesso, che ne è del noi? I noi sono ovviamente fatti di tanti io, per cui risulta logico pensare che a maggior ragione dobbiamo applicare ai vari noi il concetto di somiglianza, non di identità. I noi sono solo simili a se stessi nel duplice senso che abbiamo illustrato per gli io. Si può infatti ragionevolmente parlare di un’identità degli italiani di oggi? Pur così socialmente invadente e pur così politicamente persistente, è per esempio il berlusconismo ciò che determina l’identità italiana? Molto più proficuo è pensare la situazione attuale (nostra o altrui) come un reticolo o un intreccio di somiglianze e di differenze, anche se certe somiglianze possono prevalere sulle differenze. Per quanto riguarda la somiglianza diacronica, possiamo asserire con sufficiente tranquillità che gli italiani di oggi sono non identici, ma in qualche modo e misura simili agli italiani, per esempio, che uscirono dalla seconda guerra mondiale o che fecero il Risorgimento.

Una volta applicato ai soggetti individuali e collettivi, il concetto di somiglianza presenta poi implicazioni particolarmente importanti per quanto riguarda i rapporti tra gli io e i noi. Se l’io è un insieme più o meno coordinato di somiglianze e di differenze, se i noi sono insiemi di somiglianze e differenze la cui coordinazione è inevitabilmente ancor più problematica, possiamo davvero pensare i confini di questi soggetti come barriere certe, indiscutibili, invalicabili? O non conviene piuttosto pensare questi confini come zone di passaggio, di transizione, di connessione di un soggetto a un altro, dove il plesso di somiglianze e differenze appare come condizione e nello stesso tempo come risultato delle relazioni inter-soggettive? Infatti, in primo luogo ci sono le somiglianze e differenze e poi ci sono – se ci sono – le rappresentazioni identitarie.


Considerare il concetto di somiglianza come prioritario presenta l’enorme vantaggio di farci comprendere che l’identità di un io o di un noi è davvero frutto di una rappresentazione (o finzione) che per un verso annulla le diversità e per un altro verso recide le somiglianze. L’identità infatti annulla le diversità interne dei soggetti, trasformando i soggetti stessi in nuclei identitari, e recide le somiglianze con gli altri soggetti, esaltando le diversità. L’identità spazza via la somiglianza sia dentro sia fuori dai soggetti: la somiglianza interna viene trasformata in identità, mentre la somiglianza esterna viene trasformata in alterità. Con l’identità tutto il mondo risulta concepito alla luce di queste due semplici categorie – identità e alterità – e della loro irrimediabile opposizione. Per un verso noi non alberghiamo più molteplicità e differenze interne e, per l’altro verso, quelli che originariamente erano i nostri simili sono visti come “altri”, niente più e niente meno che “altri”, rappresentanti e componenti della categoria generale ed equalizzatrice dell’alterità. Che rapporto si instaura con l’alterità? Null’altro rapporto è concepibile se non quello dell’opposizione. Non solo, ma mentre i simili possono essere tanto simili o poco simili e i rapporti che si intrattengono possono variare a seconda del contenuto sia delle somiglianze sia delle differenze, gli altri sono semplicemente altri, fantasmi minacciosi privi di gradualità, di intensità e di contenuti qualitativi specifici. Con l’identità, una semplice e grossolana dicotomia si sovrappone al groviglio di somiglianze e differenze di cui il mondo, umano e naturale, è da sempre intessuto.


L’identitarismo allora che cos’è? È la sovrapposizione di cui ora abbiamo parlato, ed è la convinzione che il mondo sia fatto proprio come questa sovrapposizione induce a pensare. L’identitarismo è un’auto-illusione, un mito pernicioso del nostro tempo, creato da società che con l’identità pensano di difendere le proprie ricchezze e i propri privilegi, arroccandosi in una sorta di fortilizio eretto di fronte alle minacce dell’alterità. Ma l’identitarismo non sa che sotto gli schemi oppositivi dell’identità e dell’alterità permane, anche se ridotto, il groviglio dinamico delle somiglianze e delle differenze, da cui soggetti più liberi e meno accecati possono trarre ispirazione per intendere in un altro modo i rapporti tra i gruppi umani.

venerdì 3 febbraio 2012

Corso multimediale online per l'apprendimento dell'italiano come L2

"L’Italiano in famiglia 2” è un corso multimediale per l’apprendimento dell’italiano come lingua seconda; è multimediale perché è un corso televisivo, ma è anche sempre fruibile on-line accedendo al sito sopra indicato. Il Corso è  anche racchiuso in un Quaderno di Esercizi e di Dialoghi che ha lo stesso titolo, scritto da  Patrizia Capoferri ed edito da Vannini Editrice.
Nella prima edizione del corso “L’italiano in famiglia” è stato presentato un percorso strutturato in 20 puntate, rivolto a chi si avvicinava per la prima volta alla lingua e cultura italiana; “L’italiano in famiglia 2”, seguendo la pista tracciata dalla prima edizione, propone un approfondimento della lingua e cultura italiana.

sabato 5 novembre 2011

Corso di Italiano per donne migranti

Riprendono le lezioni del corso di italiano per donne migranti, organizzate dall'Unione Media Val Cavallina, in collaborazione con lo Sportello Integrazione Scuola di Borgo di Terzo e il CTP EdA di Albano S. Alessandro.
Chi è interessata può presentarsi mercoledì 16 novembre alle ore 14,00 presso la Scuola Elementare di Borgo di terzo, via San Luigi.
Portare permesso di soggiorno (o ricevuta) e passaporto.

giovedì 27 ottobre 2011

MATERIALI PERCORSI DI FORMAZIONE DIDATTICA INCLUSIVA

I materiali proposti durante i corsi di formazione "Didattica dell’italiano L2 in contesto scolastico" e "L’apprendimento cooperativo nella classe multiculturale" tenuti dalla dott.ssa Chiara Ghezzi si possono trovare sul sito https://sites.google.com/site/ricercazioneborgo/

lunedì 18 aprile 2011

"Le seconde generazioni e il problema dell'identità culturale: conflitto culturale o generazionale?"

CNEL: Gli adolescenti immigrati sono integrati e sentono la società italiana simile alla propria.
Hanno molti amici, possiedono il cellulare, amano la musica e vestire alla moda, navigano su Internet. Non vanno in discoteca, non fumano, non bevono, non si fanno le canne, non marinano la scuola e raramente fanno tardi la sera. Si ritengono integrati,  si riconoscono nella nostra società molto più dei coetanei italiani e credono che la famiglia sia una risorsa per l'integrazione.
Il profilo degli adolescenti immigrati di Seconda Generazione è descritto in una ricerca del CNEL e dell'Organismo Nazionale di Coordinamento per le Politiche di Integrazione Sociale degli Stranieri, condotta su un campione di 751 adolescenti, di età compresa tra i 15 e i 19 anni.

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